Capitolo 1. “La mia piccola moglie” – le prime crepe in una cura perfetta
Lidia Sokolova non riusciva a capire da quale momento la calma avesse smesso di sembrare sicurezza e avesse iniziato a sembrare un avvertimento.
Dopo la telefonata della clinica era rimasta seduta in cucina senza accendere la luce. Il telefono era accanto a lei sul tavolo lo schermo ormai spento ma le parole del medico continuavano a ripetersi nella sua mente senza tregua.
— Nel campione sono state rilevate tracce di una sostanza sedativa potente. L’uso regolare può causare dipendenza disturbi della memoria e alterazioni della risposta emotiva.
In quel momento aveva stretto lentamente la mano a pugno.
— Ne siete sicuri? — aveva chiesto sottovoce.
— Assolutamente. Non si tratta di un infuso di erbe come forse aveva pensato.
Ora ore dopo fissava lo stesso bicchiere sul tavolo. Un bicchiere normale. Troppo normale. Talmente ordinario da risultare estraneo.
In quel momento sentì dei passi nel corridoio.
Egor.
— Non dormi? — la sua voce era morbida calda familiare. Quasi affettuosa. — Pensavo che ti fossi già addormentata mia piccola moglie.
Sorrise come sempre. Calmo sicuro come se il mondo appartenesse soltanto a lui.
Lidia sentì qualcosa stringersi dentro di sé.
— Ho dormito male — rispose con cautela.
Egor appoggiò un vassoio sul tavolo e si sedette di fronte a lei. I suoi movimenti erano precisi quasi clinicamente controllati.
— Domani ti preparerò un’altra tisana — disse. — Sei diventata troppo sensibile ultimamente.
Troppo sensibile.
Quelle parole la colpirono più del previsto.
All’improvviso ricordò gli ultimi anni. Il mal di testa scomparso l’ansia attenuata i pensieri diventati morbidi come avvolti nel cotone. Li aveva chiamati amore. Pace. Sicurezza.
Ora tutto sembrava diverso.
Pericolosamente diverso.
— Egor — disse lentamente — cosa metti esattamente nella mia bevanda?
Lui non ebbe nemmeno un sussulto.
— Erbe miele cose che ti aiutano a dormire.
Una pausa.
— Perché lo chiedi?
Il silenzio divenne denso quasi fisico.
Lidia notò il suo sguardo. Troppo a lungo fissato sul suo volto. Non quello di un marito premuroso ma di qualcuno che osserva valuta analizza.
— Così per curiosità — disse forzando un sorriso.
Ma la fiducia era già sparita. Quella notte non bevve il bicchiere. Fece solo finta.
Egor la osservò più a lungo del solito. Rimase sulla soglia finché lei non si sdraiò nel letto.
— Buonanotte mia piccola moglie — disse piano.
E uscì.
Ma Lidia non dormì.
Per la prima volta dopo sei anni sentiva la casa in modo diverso. Ogni scricchiolio ogni passo ogni suono proveniente dalla cucina.
Verso le tre del mattino sentì Egor alzarsi di nuovo. Si alzò in silenzio e si avvicinò alla porta. E lo vide. Teneva in mano la sua cartella clinica. Non il telefono. Non un libro.
La sua storia medica.
Era nel corridoio e sfogliava lentamente le pagine con una calma quasi delicata. E in quel momento Lidia capì: non era mai stata semplice cura. Era qualcosa di molto più costruito. E molto più antico dei loro sei anni di matrimonio.
Capitolo 2. Il dessert alle erbe e i segreti degli altri
Lidia restava nel buio del corridoio incapace di muoversi. Il cuore le batteva così forte che le sembrava potesse riempire tutta la casa. Egor teneva ancora la sua cartella clinica. Non la nascondeva. Non sembrava colpevole. Si comportava come se ne avesse pieno diritto.
Sfogliò un’altra pagina.
— Interessante… — mormorò piano quasi tra sé.
Lidia fece un passo indietro improvviso e urtò il muro. Il legno scricchiolò.
Egor alzò lo sguardo.
Pausa.
Poi sorrise.
— Non dormi mia piccola moglie?
La sua voce era la stessa di sempre. Dolce rassicurante. Ma ora c’era qualcosa di diverso. Freddo calcolato.
Lidia uscì nel corridoio cercando di mantenere il controllo.
— Cosa stai facendo con i miei documenti?

Lui chiuse la cartellina con calma.
— Controllo che tutto sia in ordine. Sei diventata troppo agitata ultimamente.
— Agitata? — la voce le tremò. — O ho finalmente iniziato a fare domande?
Egor fece un passo verso di lei. Non minaccioso ma troppo sicuro.
— Sei stanca. Hai bisogno di più sonno. Più calma.
Quelle parole un tempo la rassicuravano.
Ora suonavano come un ordine.
Dalla cucina arrivava l’odore della camomilla. Lo stesso odore.
— Hai preparato la mia bevanda? — chiese lei.
— Certo — rispose lui con calma. — Come sempre.
E in quel momento qualcosa dentro di lei si spezzò.
Ricordò tutto. I primi tempi del matrimonio quando lui insisteva per prendersi cura di lei il modo in cui controllava il suo sonno come gli amici erano scomparsi lentamente dalla loro vita. Sempre con una spiegazione.
“Non fanno bene a te.”
“Hai bisogno di tranquillità.”
“So io cosa è meglio.”
Lidia fece un passo indietro.
— Non la berrò.
Egor non cambiò espressione.
— La berrai — disse piano.
Non come una minaccia.
Come un fatto.
Ed era questo a renderlo ancora più inquietante.
Passò accanto a lei verso la cucina e lei lo seguì quasi senza rendersene conto. Dentro di lei lottavano due versioni. La donna che aveva creduto per sei anni nella cura e quella che stava appena iniziando a svegliarsi.
Sul tavolo preparava di nuovo la sua bevanda serale. Bicchiere. Acqua calda. Miele. Camomilla. E un piccolo flacone color ambra.
Lei lo vide gocciolare nel liquido trasparente. I suoi movimenti erano perfetti ripetuti automatici.
— Quante volte lo hai fatto? — sussurrò.
Lui non si voltò.
— Abbastanza perché tu diventi finalmente calma.
Lidia sentì il terreno crollarle sotto i piedi.
— Calma o obbediente?
Silenzio.
Solo il lieve tintinnio del cucchiaino contro il vetro.
Egor si voltò finalmente.
— Pensi di essere la prima Lidia?
E in quell’istante tutto in lei si gelò.
Perché non lo disse come una minaccia.
Ma come la continuazione di una storia che lei stava appena iniziando a vedere.
Capitolo 3. Prima di te ce n’era un’altra
Le parole di Egor rimasero sospese nell’aria come schegge invisibili ma impossibili da ignorare.
«Credi davvero di essere la prima Lidia?»
Lei non rispose subito.
Lo guardava soltanto cercando sul suo volto qualcosa di familiare. Quel tranquillo istruttore di yoga di sei anni prima che le sorrideva come se al mondo non esistessero dolore paura o oscurità.
Ma l’uomo davanti a lei non era più quello.
E non cercava nemmeno di fingere.
— Che cosa vuoi dire? — chiese infine.
Egor posò con calma il bicchiere sul tavolo. L’acqua tremò appena.
— Esattamente quello che ho detto.
Si sedette e intrecciò le dita come se stesse parlando del tempo.
— Ho avuto una moglie prima di te.
Lidia sentì l’aria farsi più pesante.
— Hai avuto?
— Sì — annuì lui. — Ma lei non ha retto.
Quella parola la colpì più della confessione stessa.
— Cosa significa non ha retto?
Egor la fissò con attenzione eccessiva.
— Era stanca. Ha iniziato a fare domande. Non riusciva più a dormire.
Una pausa.
— Quasi come te adesso.
Un gelo le salì dalla gola allo stomaco.
— Dov’è adesso Egor?
Lui non rispose subito. Si alzò e fece ruotare il bicchiere tra le dita.
— Vuoi davvero saperlo?
Silenzio.
— Sì — disse Lidia.
Egor rimise il bicchiere.
— È andata via. Dopo aver iniziato a vedere cose che non esistevano.
— O cose che esistevano davvero? — ribatté lei.
Un sorriso stanco.
— Stai iniziando a ripetere le sue parole.
In un angolo della cucina Lidia notò una scatola. Non era lì prima. Etichette ordinate. Date. Nomi.
— Cos’è quello?
— Niente di importante.
Ma non la spostò.
E quello era peggio di una confessione.
— Non avvicinarti — disse lui con calma.
Nessuna minaccia. Solo controllo.
— Bevi la mia bevanda ogni sera Lidia — continuò. — Ti aiuta a restare qui con me nella realtà che riesci a sopportare.
— E questa la chiami realtà?
Egor si avvicinò.
— Sei sicura di ricordare tutto correttamente?
Quelle parole non portarono paura. Portarono dubbio. E quello era peggio. Perché per la prima volta Lidia capì che non stava solo indagando su di lui.
Stava iniziando a dubitare di se stessa.
Capitolo 4. Un nome dal passato e la verità che non può essere cancellata
Il telefono squillava nella stanza accanto spezzando il silenzio come una crepa nella realtà. Lidia non si mosse. Neanche Egor. Guardavano entrambi verso la luce del vecchio telefono.
— Rispondi — disse lui piano.
Non un ordine. Non una richiesta. Una constatazione.
— Perché questo telefono è qui? — chiese lei senza distogliere lo sguardo.
— L’hai lasciato tu dopo il trasloco. Non ricordi?
Lei non ricordava.
E quello fu il primo vero colpo.
Il telefono smise per un istante poi ricominciò a squillare. Il nome sullo schermo non scompariva.
Lidia rispose.
— Pronto…
Pausa.
Una voce roca.
— Lidia… sono io.
Lei chiuse gli occhi.
— Andrea?
Egor inclinò appena la testa ascoltando troppo attentamente.
— Ti ho cercata per mesi — disse la voce. — Sei sparita. Semplicemente sparita. Ricordi cosa è successo prima?
Il terreno sotto di lei si incrinò.
— Io… mi sono sposata — disse incerta.
Silenzio.
— Lidia… non ti sei mai sposata ufficialmente con lui.
Lidia si voltò di scatto.
— Che cosa sta dicendo?
Egor non sembrava sorpreso. Sembrava stanco.
— Sei esausta. Stai confondendo i fatti.
— Dice che non siamo sposati.
Egor si avvicinò lentamente.
— Cos’è la verità per te Lidia? I documenti? I ricordi? O sei anni vissuti con me?
Quelle parole colpirono più di qualsiasi confessione.
Andrea continuava:
— Lidia dopo la clinica non riuscivamo più a trovarti…
Egor allungò la mano.
— Dammi il telefono.
Ma lei fece un passo indietro per la prima volta.
— Non avvicinarti.
La voce tremava ma era ferma. E poi lo vide. Sul suo polso. Un segno sottile. Come un vecchio braccialetto medico.
Il respiro si spezzò.
— Cosa mi hai fatto?
Egor si fermò.
E per la prima volta il suo volto fu completamente sincero.
— Ti ho salvata Lidia.
Pausa.
— Da te stessa.
Il telefono continuava a squillare ma sembrava lontano.
Lidia guardò la cucina.
Le scatole. Il bicchiere. Egor tra lei e il passato. E capì che la domanda più spaventosa non era cosa lui le avesse fatto. Ma cosa fosse ancora in grado di ricordare da sola.
FINE







